GIUBBE ROSSE E' QUELLA COSA ...
Il violento appello lanciato da Parigi rimbalzò fino alla tradizionalissima Firenze sui tavolini delle Giubbe Rosse e venne accolto con gioia da Giovanni Papini: "Quando arrivò il Primo Manifesto - ricorda qualche anno dopo lo scrittore - lo feci vedere subito al Soffici al Caffè delle Giubbe Rosse: E si disse. "Finalmente c'è qualcuno anche in Italia che sente il disgusto e il peso di tutti gli anticumi che ci mettono sul capo e fra le gambe i nostri irrispettabili maestri! C'è qualcuno che tenta qualcosa di nuovo, che celebra la temerità e la violenza ed è per la libertà e la distruzione!...
Peccato, però, che sentano il bisogno di scrivere con questa enfasi, con queste secentisterie appena mascherate dalla meccanica, e che si presentino coll'aria di clowns tragici che voglion far paura ai placidi spettatori di una matinée politeamica. Si può esser più crudi e più forti senza tanto fracasso". "Per queste ragioni non volemmo dimostrare in nessuna maniera la nostra simpatia per il nuovo movimento". Le riserve erano quasi tutte da parte del Soffici. Papini in realtà era già da allora tentato di aderire al futurismo. Per saperne di più cercò di procurarsi tutti i testi al riguardo che riusciva a trovare e volle personalmente conoscere Palazzeschi, l'unico futurista che in quel periodo risiedeva a Firenze.
Ne divenne ben presto amico.
Ancor prima di fondare con Prezzolini e Cecchi la rivista "Leonardo", prima di pubblicare libri controcorrente come il " Crepuscolo dei Filosofi" o di bersagliare i miti culturali dell'epoca con le feroci "Stroncature", Giovanni Papini era stato un futurista "ante litteram", piccolo David armato di fionda contro il gigante Golia, contro il mondo ostile delle convenzioni e dei compromessi.
Le continue lotte contro i mulini a vento lo avevano portato dall'entusiasmo e dall'adolescenza a un disperato scetticismo, come lui stesso rivela nel suo celebre autoritratto letterario "Un uomo finito".
Al tempo del manifesto futurista di Marinetti il gruppo fiorentino si era da poco nuovamente riunito intorno a "La Voce" di Prezzolini e dalle pagine della rivista Ardengo Soffici stroncò violentemente la prima mostra di pittura futurista a Milano, nella quale esponevano tra gli altri Boccioni, Carrà e Russolo. L'articolo fu la causa del primo incontro-scontro tra i due gruppi fino ad allora separati. Scrive Carlo Carrà nei suoi ricordi: "Marinetti, Boccioni, Russolo ed io decidemmo di rispondere subito in modo adeguato all'ingiuria e partimmo per Firenze.
Giunti, ci recammo guidati dal Palazzeschi al caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevamo di trovare il gruppo vociano.
Ben presto infatti ci fu indicato Soffici, e Boccioni lo apostrofò "E' lei Ardengo Soffici?". Alla risposta affermativa volò uno schiaffo. Soffici reagì energicamente tirando colpi a destra e a sinistra col suo bastone. In breve il pandemonio fu infernale: tavolini che si rovesciarono, trascinando con sè i vassoi carichi di bicchieri e di chicchere, vicini che scappavano gridando, camerieri che accorrevano per ristabilire l'ordine; e arrivò anche un commissario di polizia, che si interpose facendo cessare la mischia". Anche Prezzolini, che accompagnava Soffici, si prese una bella dose di ceffoni.
Il giorno dopo, nuova rissa alla stazione, fino a che, passando sul piano della discussione, ci si rese conto che gli ideali e le aspirazioni erano gli stessi e si passò dall'odio all'amicizia.
Futurismo e vocianesimo erano infatti due forme giovanili ed impetuose, provenienti da uno stesso ceppo: entrambe volevano fare del nuovo, abbattere il vecchio pesante edificio di cultura borghese, stretta in schemi ormai superati che soffocavano il libero divenire dell'arte. Da quel momento si crearono le premesse per l'adesione del gruppo di Firenze al futurismo.
|