GIUBBE ROSSE E' QUELLA COSA ...

Il quartier generale del Futurismo a Firenze fu il caffè Giubbe Rosse. Negli anni eroici del movimento ne era proprietario uno svizzero tedesco, Andrea Joun, che i suoi vivaci clienti chiamavano " i' ssor' Andrea".
Alberto Viviani lo ricorda "compitissimo e signorile, sempre attillato in una impeccabile rendigote nera d'inverno e grigia d'estate; si aggirava di continuo tra la clientela da lui prediletta distribuendo inchini saluti, vigile nel porgere i giornali abituali, sollecito in tutto ciò che riguardasse il buon andamento del servizio". I camerieri del caffè avevano nomi che parevano usciti da libri sull'impero romano, Cesare, Augusto, Ottaviano, e spesso intervenivano nelle accese discussioni dei tavolini della terza sala.
Il povero "Sor Andrea" faticava non poco a riportare la calma, in seguito alle immancabili proteste del pacifico gruppo degli scacchisti.
Del resto anche la clientela internazionale che sostava nelle prime due sale era spesso eterogenea e difficile e non mancava di crear problemi.
Viviani ricorda che tra gli ospiti fissi "rivoluzionari russi scampati dalla Siberia e alla forca (anche Lenin vi fece in quel tempo una rapida apparizione di due o tre giorni); teosofi e teosofe inglesi e americane; l'indiano Kundan Lall profeta, antesignano del Krishnamurti, pieno di mogli, di favorite e favoriti; due vecchi inglesi amici intimi di Oscar Wilde con il loro circolo di ammiratori; due giovani anarchici spagnoli con tanto di "sombrero" e di pantaloni a campana, pittori a tempo avanzato, un principe annamita discendente da una qualche terribile divinità del suo paese; una giovane donna georgiana, la Nino, meravigliosa ma sempre ubriaca di champagne". Nel 1913, in contrasto con Prezzolini, Papini e Soffici, abbandonarono "La Voce" e fondarono, sui tavolini delle Giubbe Rosse una nuova rivista, "Lacerba".
Sebbene l'editore Vallecchi avesse messo a disposizione un piccolo locale, che venne utilizzato solamente come deposito, la redazione vera e propria era il caffè di Piazza Vittorio. Dalle Giubbe Rosse partirono i polemici articoli di Papini, gli studi sulla filosofia e sulla pittura del Soffici, il manifesto del "Controdolore" di Palazzeschi, lo studio di Italo Tavolato "Contro la morale sessuale" e il "Manifesto della Lussuria" della Valentine di Saint Point, nipote di Mallarmè, questi ultimi, a causa di un vero e proprio pandemonio per le accuse di immoralità, portarono autori e direttore fin sui banchi del Tribunale.
Il 30 novembre 1913 si aprì in via Cavour, patrocinata dalla libreria Gonnelli, l'esposizione di pittura futurista comprendente opere di Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, Soffici. Viviani ricorda il subbuglio di quei giorni alle Giubbe Rosse, dove ai lacerbiani si erano uniti Marinetti e i futuristi milanesi, tutti al lavoro per il catalogo, i manifesti, la scelta di riproduzioni per cartoline. Contemporaneamente si prepara una grande serata "Serata Futurista" per la sera del 12 dicembre, al Teatro Verdi.
"Proprio nei giorni della preparazione - ricorda il Viviani - le Giubbe Rosse furono letteralmente assediate di curiosi che con il naso appiccicato ai vetri appannati (i più fortunati in prima fila) spiavano ogni nostra mossa quasi che stessimo confezionando delle bombe o fossimo dei pericolosi congiurati. Certo però che nessuno di quei curiosi sfaccendati, croce e disperazione costante di tutti i camerieri delle Giubbe Rosse e più ancora del compitissimo Sor'Andrea, brillava affatto per coraggio e disinvoltura; quando uscivamo in gruppo dal Caffè ci allontanavamo alla svelta e cheti in tutte le direzioni come i ragazzi presi in flagrante a rubar l'uva".


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