GIUBBE ROSSE E' QUELLA COSA ...
Con l'inizio degli anni '20 una nuova generazione di artisti e letterati si sostituì alla precedente. Nel 1926 sui tavolini delle "Giubbe Rosse" tre giovani studenti, Alberto Carocci, Giansiro Ferrata e Leo Ferrero, fondarono una rivista destinata a un ruolo importante nella cultura italiana fra le due guerre, "Solaria": "Non siamo idolatri di stilismi e di purismi esagerati e se tra noi qualcuno sacrifica il bel tentativo di dar fiato a un'arte singolarmente drammatica e umana gli perdoniamo in anticipo. Per noi, insomma, Dostoiewski è un grande scrittore.
Ma non perdoneremo nemmeno ai fraterni ospiti le licenze che non siano perfettamente giustificate e in questo ci sentiamo rondeschi. Senza preciso programma, ma con una coscienza di alcuni fondamentali problemi dell'arte che si suppone concorde, ci siamo avvistati nei caffè e concertati alla buona per vestire una commedia in un teatrino di campagna".
Quanta differenza con il "Manifesto" di Marinetti e gli ideali lacerbiani ? Ma non si trattò di un ritorno all'ordine secondo i dettami mussoliniani.
Il gruppo di "Solaria", si pose al di fuori della cultura ufficiale rifiutando ogni impegno politico, scegliendo il silenzio, unica forma di protesta possibile. Dominata dall'ermetismo di Montale e non allineata pertanto all'ideologia dominante, la rivista volle aprirsi alla cultura europea. Al Caffè delle "Giubbe Rosse" tornò una vivace vita artistico culturale, anche se meno chiassosa.
Il clima del Caffè e i suoi personaggi ci sono descritti da Elio Vittorini in un articolo del 1932 che ci piace riportare per intero. "per che cosa questo piccolo borghese di Caffè sia diventato così indispensabile alla vita dei letterati e degli artisti fiorentini non so. Scomodo. tetro, lunghi androni che ricordano certe sale di aspetto in stazioncine di campagna, gelido e funereo d'inverno, popolato di gente che sventola i giornali locali e sputa sotto i tavolini...
Dicono che una volta vi si stava bene; una volta, cioè ai tempi di Papini e di Soffici. Ma, in quanto luogo di riferimento, è meraviglioso che uno scrittore o pittore, sia italiano che straniero, e da qualunque punto del globo si muova, possa contare con certezza, e senza preavvisi di sorta, a trovare a quei tavolini la tale o talaltra sera di questo secolo, quindici o venti dei suoi "chers confrères".
Gli ospiti,negli ultimi anni, non sono stati pochi: Italo Svevo, Umberto Saba, Valery Larbaud... e tanti altri hanno attaccato lì i loro soprabiti,ci hanno regalato un'ora della loro umanità che ci pareva così favolosa, e il sorriso di Italo Svevo è come una "survie". E poi, Teodoro Daubler, Philippe Soupault, Martin Chauffier, Neumann...
Altri, ancora oscuri, sono venuti sapendo solo di trovarci: un diavolo di pittore olandese, ad esempio, e un giovane scrittore belga, quest'estate, Robert Vivier, che si propone di tradurre tutto Montale, più la consorte Zenitta, polacca o circassa, che ha girato il globo intero e non aveva ancora avuto ai suoi piedi tanti "Apollons ensemble"; dice lei. Non c'è poi soggiorno fiorentino di un amico che non sia rimasto legato alle "Giubbe Rosse": si è avuto Enrico Pea colla sua barba intrisa di sorriso e G.B. Angioletti pallido d'una meditazione perenne; Commisso in tenuta di "apache", Sergio Solmi, Corrado Pavolini, Mario Gramo, Piovene tutto proteso ad acquistarsi simpatia, e Quasimodo ironico come un uscio socchiuso, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Lanza, Giuseppe Aventi, Leo Ferrero, sempre reduce da Parigi o Ginevra, Gianni Stuparich con qualcosa d'aureo al viso, forse gli occhiali, e Giansiro Ferrata assurdo e felice come uno scolaro; si è avuto anche Zavattini in grigio verde quando era solo un grosso fanciullo, Morra, Moravia, Carlo Linati, e ad ogni esordio di stagione,Falqui, una volta azzurro, una volta roseo, una volta arancione, come una bella rivista di Francia.
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