GIUBBE ROSSE E' QUELLA COSA ...

ESSERE NELLA CULTURA
Un nuovo gruppo di giovani faceva intanto il suo ingresso nelle mitiche sale e, fra questi, Mario Luzi: "Nel 1936 o 1937, quando presi a frequentarlo, avevo poco più di vent'anni e naturalmente la curiosità e il desiderio del confronto prevalevano sul gusto cerimoniale della seduta tanto più che gli altri scrittori entrando per la sua porta a vetri girevole cercavano la stessa cosa, incalzati dal presentimento e dalla volontà che qualcosa di nuovo dovesse nascere nell'ordine del linguaggio e della morale". Erano Vittorini, Bilenchi, Landolfi, Delfini, Gatto, Pratolini, Bo, Bigongiari, Parronchi, Traverso, Macrì: la nuova ondata insomma che raggiungeva senza investirla quella (che ormai si distendeva nella relativa bonaccia della sua maturità) di scrittori e di artisti già riusciti in qualcosa di importante e tuttavia ben lontani dall'ufficialità fascista: Montale, Gadda, Loria, Bonsanti, Raffaello Franchi, Rosai, Capocchini, Colacicchi, Vieri Nannetti, Sebastiano Timpanaro. Ma questa storia è già stata scritta, in margine alla storia delle riviste di cui il Caffè oltre a essere il crogiuolo fungeva anche da redazione: "Solaria", "Letteratura", "Campo di Marte...".
La vita culturale delle Giubbe Rosse è destinata a venire nuovamente interrotta. Nel 1937 Bonsanti e Montale vennero invitati a diradare, se non interrompere, la loro presenza al Caffè che era stato costretto a cambiare in bianco il colore rosso della divisa dei suoi camerieri. Un anno dopo, per motivi politici, Montale venne allontanato dal Vieusseux. Cominciarono gli arresti: Landolfi, De Robertis, Ramat. Come scriveva Bigongiari, la polizia considerava i Caffè "angolini da ripulire". Frequentare le "Giubbe Rosse" era diventato pericoloso. "Il giorno della liberazione di Roma - ricorda Bargellini - nel giugno del '44, i fascisti bloccarono le strade di accesso alla piazza già intitolata al baffuto sovrano.
Presero a schiaffi tutti coloro che incontrarono, in piedi a discutere, al banco dei bar o dei tavolini dei Caffè, davanti a una malinconica tazza di surrogato. Si salvò dalla ceffonatura soltanto Siro Contri, allora direttore della Nazione con un gruppetto di interlocutori. Ma nessuna cronaca scritta riportò mai quell'episodio che sigillava per sempre un epoca". Dopo l'arrivo degli alleati i locali delle Giubbe Rosse vennero sequestrati dal quartier generale americano che li utilizzò come proprio circolo, con grande disappunto dell'allora proprietario Gino Pini. Il Caffè riaprì nel 1947. I camerieri indossarono nuovamente le giacche rosse e alcuni dei vecchi frequentatori tornarono e sedersi ai tavolini nella piazza ribattezzata Piazza della Repubblica. Fu però più un ritrovo di superstiti che una ripresa del vecchio periodo anche se vi arrivarono nuovi letterati e un gruppo di giovani pittori: Annigoni, Bueno, Loffredo, Guarnieri, Bergomi. Si organizzarono conferenze, si cercò di animare il dibattito culturale. Ma ormai Firenze stava perdendo il suo ruolo di capitale della cultura italiana, decentrata rispetto ai nuovi movimenti letterari e artistici europei. Alle "Giubbe Rosse" passarono anche, fra gli altri, Dylon Thomas e Ezra Pound. Con l'abbandono degli uomini di cultura anche il Caffè decadde lentamente rimanendo un mito lontano nella memoria storica della città. Il legame con il passato sembrava inesorabilmente reciso quando, nel 1991, le "Giubbe Rosse" vennero prese in gestione dai fratelli Fiorenzo, Mario e Martino Smalzi. Di pari passo col rilancio economico si decise il recupero dell'immagine del Caffè come luogo di scambio culturale e circolazione delle idee, chiamando all'appello le giovani generazioni di artisti e allacciando legami con ambienti consimili a livello internazionale.



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